Didattica a Distanza

Uno degli aspetti maggiormente importanti durante questo particolare momento, è la sicurezza che lo strumento adottato per effettuare la DaD deve garantire.

A questo proposito vogliamo citare il caso di Zoom che è l’app per videoconferenze a più rapida crescita degli ultimi anni (il fondatore ha segnato più 4 miliardi di dollari in tre mesi), utilizzato oggi anche da molte scuole, ma che pone sempre più dubbi su sicurezza e privacy. Gli esperti di sicurezza hanno infatti scoperto un baco che può essere usato per rubare le password di Windows mentre si usa l'app, altri due invece permettono di penetrare nel Mac come amministratore o di prendere il controllo di microfono e webcam attivandoli contro il nostro volere. Altro aspetto delicato è che le videochiamate di Zoom non garantiscono la crittografia end-to-end, il sistema di comunicazione cifrata che permette solo alle persone che stanno comunicando di leggere i rispettivi messaggi. Aggiungiamoci poi che, come scritto da Motherboard, “almeno alcune migliaia di persone” hanno visto circolare il proprio indirizzo email perché l'applicazione non fa differenza tra account personale e aziendale. C'è infine lo “Zoombombing” con sconosciuti che irrompono in conversazioni non protette (ma questo è un problema comune anche ad altre app che al momento sembrano dare maggiori garanzie di sicurezza).

Purtroppo sono tante le scuole che, anche in considerazione della situazione emergenziale, si sono concentrate sullo strumento di videoconferenza senza curarsi degli aspetti relativi alla sicurezza informatica, alla redazione di un regolamento, alla necessità di fare una informativa privacy o di nominare il fornitore del servizio responsabile del trattamento.

Il punto è che nessuno strumento può garantire le dovute misure di sicurezza se non si è consapevoli dei problemi legati al suo uso e se da questa consapevolezza non derivano idonee procedure atte a prevenirli. Vogliamo a questo proposito fare l’esempio dell’incidente che ha portato all’interruzione di una lezione a distanza tenuta da una docente in una classe di una scuola media romana a causa di un estraneo che ha diffuso immagini oscene durante la lezione (e tanti altri episodi stanno accadendo senza assurgere agli onori della cronaca). Lo strumento adottato dalla docente in questo caso non era Zoom, di cui abbiamo evidenziato in precedenza le falle sulla sicurezza, ma era Meet, strumento della G Suite di Google che al momento sembra dare le massime garanzie. Come è possibile? Il fatto è che in questo caso non sono stati presi dalla docente gli accorgimenti necessari ad evitare l’intromissione di estranei, fatto che può portare a fenomeni analoghi allo Zoombombing sopra citato anche su piattaforme più affidabili come quella di Google (senza questi accorgimenti ci vuole poco ad un alunno scorretto per diffondere in rete le credenziali di accesso ad una lezione a distanza con l’invito ad intervenire per disturbare).

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